Una famiglia si ritrova sotto le stelle. Ogni sera riunisce ciò che il Covid separa

“Appena esce dall’ospedale, mi sposo. Deve essere lui ad accompagnarmi all’altare”. Sono le nove di sera. Alessandra appoggia le mani sulla staccionata di legno. Con lei il compagno Matteo, la sorella Sara Francesca e la mamma Orlinda. Un metro e c’è un piccolo avvallamento. Tre metri ed ecco una grande vetrata. E’ quella della terapia intensiva Covid dell’ospedale di Arezzo. Dietro a quel vetro s’intravede un letto dove da quasi 40 giorni c’è un uomo di 53 anni, Alessandro. E’ il pezzo della famiglia che manca, quello che il Covid ha strappato da casa e confinato in isolamento. Ma non in solitudine.

“La sera ceniamo alla svelta – ricorda Orlinda. Poi veniamo qui. Tutte le sere. Arriviamo verso le nove e poco prima delle dieci andiamo via. Abitiamo vicini all’ospedale ma rispettiamo sempre il coprifuoco”. “Parliamo con il babbo anche se lui non ci può sentire – racconta Sara Francesca, 20 anni. Gli racconto cosa ho fatto e cosa succede. Ieri gli ho detto che ha riaperto il nostro gelataio”. Alessandra, 24 anni: “quando andiamo via gli diamo la buona notte e io gli dico sempre di non fare scherzi. La notte è il momento più difficile. E’ lunga e interminabile: quando è giorno ringrazio il cielo perché il telefono non ha squillato e nessuno, dall’ospedale, ci ha chiamato”.

E’ una famiglia che non riesce propria a stare divisa: sul monitor accanto al letto c’è la foto che la ritrae unita. Alessandro lavora da 31 anni in una ditta di impianti telefonici: è stato il primo assunto. Si era dedicato prima al tiro con l’arco per passare poi allo speed down, una disciplina che si basa sulla corsa in discesa di mezzi privi di motore. “Era diventata la sua nuova passione grazie a me – racconta Sara Francesca. L’ho praticata per qualche tempo”. Alessandro era quindi diventato Presidente nazionale della Federazione anche per seguire la figlia più piccola impegnata nelle gare. Un uomo attivo dalla mattina alla sera, mai fermo. Ogni giorno gli amici mandano messaggi alla famiglia e uno, quotidianamente, lo invia al suo cellulare pur sapendo che è spento. Attivo fino a quando non è arrivato un primo segnale: problema ai reni nel 2020 e dialisi tre volte alla settimana. Ma nemmeno questo lo aveva fermato. Prima di una seduta, però, ecco il tampone positivo. Era il 23 febbraio. Prima in degenza Covid e poi in terapia intensiva. Un distacco forzato che la famiglia non accetta.

Alessandra: “una sera telefonai in reparto e chiesi notizie. Non solo mi raccontarono le condizioni del babbo ma aggiunsero che avrei potuto parlare con la psicologa per poter poi entrare in reparto. In quei giorni sia la mamma che Sara Francesca erano ancora positive a casa e quindi ci andai io”. Impatto non facile. “Quando la fecero entrare – ricorda Matteo – lui era stato appena estubato. Aveva fame d’aria e soffriva. Ma era fedele al suo motto: barcollo ma non mollo”.

Alessandra: “Mi rispondeva con gli occhi e muovendo leggermente la testa. Sono stata molto male dopo quella visita. Ricordavo il babbo di prima, quello con il quale parlavo, giocavo, cucinavo. Un babbo e un amico. Quella persona non c’era più. Mi sono fatta forza perché non potevo far vedere come stavo: né a lui né alla mamma e a mia sorella che erano ancora chiuse in casa e potevano sapere solo da me come stava. Il Covid separa e non congiunge mai”. Orlinda pensa la marito e ai 30 anni, i primi 30 anni condivisi con lui: “rimpiango solo i baci che finora non gli ho dato. Lui è espansivo mentre io sono un po’ rustica. A lui l’ho già detto: quando uscirà, 1 passo, 1 bacio”.

L’orologio corre e la notte è sempre più scura. Da una porta escono alcuni operatori che hanno finito il turno. Si salutano, sono ormai amici. “Sono persone meravigliose. Ci hanno accolto e ci sostengono sempre perché anche per noi non tutti i giorni sono eguali”. “Ieri sono entrata in reparto – ricorda Sara Francesca – e non ce l’ho fatta. Mi sono messa a piangere.  I medici e gli infermieri mi sono venuti vicini e mi hanno sostenuta, come se fossi una figlia loro. Noi comprendiamo la loro fatica, loro comprendono la nostra angoscia. Una notte hanno anche scostato un po’ di più la tenda per farci vedere il babbo. Noi siamo qui per cercare di fargli forza e trasmettergli la nostra vicinanza anche attraverso un vetro. E continuare a essere  la famiglia che siamo sempre stati, uniti in tutto anche in questa situazione”.

Le dieci si avvicinano. E’ l’ora di salutare il babbo e di tornare a casa. Orlinda, Alessandra, Sara Francesca e Matteo si avviano verso casa. Con le parole e la speranza di Paolo Coelho: l’ora più buia è quella che precede il sorgere del sole.

Le visite dei parenti in terapia intensiva: un modello che funziona

Il primo ingresso di parenti in terapia intensiva Covid risale al 23 dicembre dello scorso anno. Mediamente ce ne sono 5 ogni giorno ai quali se ne aggiungono 2 per i pazienti non Covid. Alcuni numeri aiutano a capire come questo modello organizzativo funzioni: 400 ingressi, 781 contatti telefonici strutturati e organizzati con la psicologa, 2.000 contatti telefonici per notizie e video chiamate dai sanitari del reparto ai congiunti.

“La separazione dai propri cari – sottolineano Marco Feri, Direttore di Rianimazione e Roberto Bindi, infermiere Coordinatore del reparto – è una forte causa di sofferenza per il paziente ricoverato. E per la famiglia poter visitare il parente è uno dei bisogni più importanti. Vedere con i propri occhi il lavoro dei sanitari, consolida poi la fiducia dei parenti nei loro confronti”.

Le procedure di accesso non sono semplici. “Il primo passo – ricorda Roberto Bindi – è la valutazione della situazione e quindi un contatto telefonico tra la psicologa che lavora con noi e la famiglia. Si passa quindi a fissare l’appuntamento: le nostre fasce orarie di apertura sono nei pomeriggi dal lunedì al venerdì. Il parente viene accolto in reparto  da un infermiere che lo aiuta e supervisiona la vestizione necessaria per la sicurezza e lo informa. Quindi un operatore socio sanitario l’accompagna al letto del parente e lo porterà nuovamente fuori per la svestizione. Il tutto avviene nella massima sicurezza”.

Silvia Peruzzi è la psicologa Asl che segue pazienti e familiari: “poter facilitare l’incontro in questa situazione consente di riprendere e ricucire un legame che, a volte, si è bruscamente interrotto. La maggior parte dei familiari, all’uscita, ci racconta come l’immaginario sia di gran lunga peggiore del reale e questo a conferma che spesso la paura genera mostri anch’essi peggiori della realtà. Per tutti noi è importante la personalizzazione della cura. In questo momento siamo isolati ma non ci dobbiamo lasciare soli”.

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