“Franchi Narratori” il Premio Pieve tra letteratura e scrittura popolare

La giornata di sabato 15 settembre vede protagoniste le scritture popolari e i “Franchi narratori” – questo il tema scelto per la 34^ edizione del Premio Pieve Saverio Tutino – ovvero gli oltre 8.000 autori di diari, memorie e lettere affidati all’Archivio, giacimento sterminato di documenti storici e patrimonio di letteratura popolare.La tavola rotonda. Il Premio Pieve ha scelto di dedicare la 34^ edizione al confronto tra letteratura e scrittura popolare. Sabato 15 settembre alle 18 l’incontro tra quattro firme prestigiose della letteratura contemporanea –  Marco Balzano, Paolo Di Paolo, Marcello Fois, Sandra Petrignani –  e cinque studiosi e scrittori da sempre vicini alla realtà dell’Archivio –  Pietro Clemente, Paola Gallo, Anna Iuso, Melania G. Mazzucco e Stefano Pivato – sui temi dell’autobiografismo. Tutti insieme cercheranno di rispondere a questi grandi quesiti: “Cos’è l’autorialità e perché marca il confine tra le scritture dell’Archivio dei diari e quelle degli scrittori di professione? Come avviene che una scrittura d’autore trasmigri dal campo del privato al pubblico, e quindi alla pubblicazione? Attraverso quali vie l’autobiografismo si fa letteratura? Dove si colloca, nel panorama culturale italiano, la scrittura non colta o semicolta? Abbiamo bisogno, oggi, di “franchi narratori” ?
Diari che diventano libri. La giornata di sabato 15 settembre si apre alle ore 10 con un incontro sul tema “Rappresentanza e rappresentazioni. Uno sguardo di genere” a cura di Patrizia Gabrielli, con Giulia Cioci e letture di Donatella Allegro. A seguire la presentazione di due anteprime editoriali: alle 11.30 il volume Ridotta Isabelle (Terre di mezzo, 2018) nato dall’epistolario di Antonio Cocco vincitore del Premio Pieve 2017, l’incontro coordinato da Laura Ferro vede la partecipazione di Giovanni Cocco, Gianluigi Cortese e Umberto Gentiloni Silveri con letture di Andrea Biagiotti; alle 16 una preziosa appendice dedicata al tema dell’emigrazione, in questo caso otto-novecentesca, con la presentazione in anteprima del volume Abasso di un firmamento sconosciuto (il Mulino, 2018) curato da Amoreno Martellini. L’incontro coordinato da Laura Ferro vedrà la partecipazione di Antonio Gibelli, del regista Emanuele Crialese e di Matteo Caccia per la lettura della “rapsodia dell’emigrante”. Alle 18 la tavola rotonda dedicata ai “Franchi Narratori” e alle 21.45 la messa in scena di KOHLHAAS, lo spettacolo teatrale di e con Marco Baliani ad ingresso gratuito su prenotazione.
KOHLHAAS di Marco Baliani. “La storia di Kohlhaas – come scrive Baliani – è un fatto di cronaca realmente accaduto nella Germania del 1500, scritto da Heinrich von Kleist in pagine memorabili. Nel mio racconto orale è come se avessi aggiunto allo scheletro osseo riconoscibile della struttura del racconto di Kleist, nervi muscoli e pelle che provengono non più dall’autore originario ma dalla mia esperienza, teatrale e narrativa, dal mio mondo di visioni e di poetica. Così ad esempio tutta la metafora sul cerchio del cuore paragonato al cerchio del recinto dei cavalli, che torna più volte nella narrazione, come luogo simbolico di un senso della giustizia umanissimo e concreto, è una mia invenzione, nel senso etimologico del termine, qualcosa che ho trovato a forza di cercare una mia adesione al racconto di Kleist. Così via via il testo originale si è come andato perdendo e ne nasceva un altro, un work in progress alla prova di spettatori sempre diversi, anno dopo anno, in spazi teatrali e non, secondo un procedimento di crescita che ai miei occhi appare come qualcosa di organico, come mi si formasse tra le mani un organismo vivente sempre più ricco e differenziato. Kohlhaas è la storia storia di un sopruso che, non risolto attraverso le vie del diritto, genera una spirale di violenze sempre più incontrollabili, ma sempre in nome di un ideale di giustizia naturale e terrena, fino a che il conflitto generatore dell’intera vicenda, cos’è la giustizia e fino a che punto in nome della giustizia si può diventare giustizieri, non si risolve tragicamente lasciando intorno alla figura del protagonista una ambigua aura di possibile eroe del suo tempo. Le domande morali che la vicenda solleva e lascia sospese, mi sembrarono, quando cominciai ad affrontare l’impresa memorabile del racconto, un modo per parlare degli anni ’70, per parlare di quei conflitti in cui venne a trovarsi la mia generazione, quella del ’68, quando in nome di un superiore ideale di giustizia sociale si arrivò a insanguinare piazze e città. Un tema antico dunque, tragico nella tradizione e nella forma, che continua a catturarmi, perché il narratore non può che narrare ciò che epicamente lo coinvolge nell’intera sua persona, a me succede così: non potrei raccontare qualsiasi cosa”.

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