AMARCORD TIFERNATE, A CURA DI DINO MARINELLI – QUEL PRIMO MAGGIO 1898 e 1920 A CITTA’ DI CASTELLO

 

 

A cavallo tra la fine dell’Ottocento e la prima parte del Novecento una delle mete preferite dai tifernati, nei giorni di festa, era il colle di San Paterniano, a un paio di chilometri fuori porta Prato. Lassù su quel colle, nella buona stagione, vi salivano intere famiglie di lavoratori con borse, fagotti e l’immancabile fiasco di vino per celebrare la festa della loro corporazione o del loro ideale. Si arrampicarono sul colle anche quel primo maggio del 1898, giorno, ormai da nove anni, decretato “Festa internazionale di tutti i lavoratori”. Quest’anno – scrive una cronaca d’epoca – la festa dei lavoratori di Città di Castello è stata solennizzata con più decoro degli anni scorsi. Sui muri sono apparsi due manifesti, uno dei ferrovieri che plaude con entusiasmo alla manifestazione e un altro nel quale è forte la protesta contro il governo Rudinì. L’astensione dal lavoro è quasi totale. Nel pomeriggio chiudono la maggior parte delle botteghe, numerosi sono gli operai vestiti a festa, con il garofano rosso all’occhiello e la foglia d’edera. Anche in Comune si chiudono i battenti. Un corteo parte da sotto le logge con in testa il concertino, seguito da circa quattrocento lavoratori , che dopo aver fatto il giro della città, si dirige a San Paterniano, meta della festa. Qui, dopo una refezione, segue il discorso di Vincenti, al termine del quale viene votato un ordine del giorno contro il governo. Al suono del concertino si balla fino a sera, fin quando, stanchi ma felici, si riprende la strada per Castello, accompagnati da una tromba… E’ notte fonda quando il corteo si scioglie a porta Santa Maria. E sempre sul colle di San Paterniano il quattro giugno del 1906 sono i falegnami a celebrare la loro festa sociale con un fraterno simposio.  Partirono da Castello quel pomeriggio con la loro brava fanfara e la bandiera – si scrive – e ritornarono a tarda sera, attraversando la città a suon di musica. La cordialità più amica fu tra i consoci che, dimentichi delle personali tendenze politiche, festeggiarono allegramente il cameratismo professionale… Finì, invece, meno allegramente la festa del primo maggio del 1920, sempre a San Paterniano, quando il vino ai socialisti prese d’aceto alla notizia che i cattolici, i quali festeggiavano l’analoga festa a San Secondo, in plateale disaccordo con la sinistra, avevano malmenato due simpatizzanti “rossi”. I socialisti aspettarono i democristiani a passetto, quando questi da San Secondo tornavano a Castello. Dalle parole si passò ai fatti. Se le diedero di santa ragione. A rimetterci furono i cattolici, anche perché in numero minore. Solo il vino nella testa dei contendenti era distribuito in parti uguali. Rimasero feriti due democristiani: Brizio Brizi che rimediò una coltellata, e Venanzio Gabriotti, che si accollò un sacco di botte. Il primo fu guaribile in venti giorni, il secondo in dieci. Il ventitre di luglio si svolge il processo a Perugia; all’inizio del dibattito Venanzio Gabriotti ritira la querela, così fa anche Brizio Brizi. L’accoltellatore, per non saper nè leggere e nè scrivere, era fuggito in Francia. Così tutto finisce con una sentenza assolutoria.”

A cura di Dino Marinelli

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